Terme di Vasto

Via Adriatica 11 (Vasto)


Il complesso termale di Vasto, l'antica Histonium, è il più grande dell'intera fascia Adriatica dell'Italia centro-meridionale: ha infatti un'estensione di circa 250 m². Inoltre, molta parte del sito è ancora sepolta sotto la vicina strada Adriatica e la chiesa di Sant'Antonio.

Storia e collocazione

Esso risale al II secolo d.C., ma solo grazie ad alcuni saggi di scavo eseguiti nel 1973-1974 (necessari a causa della frana del 1956, che interessò il versante Nord orientale della città) emersero alcuni resti di età romana in laterizio.
Le terme di Vasto sono formate da tredici ambienti -divisi in origine probabilmente da un colonnato- che seguono il naturale declivio del terreno, distribuito su tre livelli: dalla chiesa di Sant'Antonio alla chiesa della Madonna delle Grazie.
In base alla sua dimensione totale e alla sua posizione periferica nella città romana, si suppone che il complesso fosse aperto a tutti, indistintamente dalla classe sociale di appartenenza, pur non presentando percorsi differenziati per uomini e per donne, tipici delle terme romane più simmetriche.
La frana del 1956 devastò molti edifici, come il convento costruito dai Francescani sul sito stesso, di cui resta il calco della campana, segno del fatto che le campane venivano fuse sul posto e la chiesa di San Pietro, di cui rimane, a seguito della frana del '56, il solo portale. Peraltro, la medesima chiesa era costruita su un tempio romano dedicato alla divinità Cerere, come documentano una tavola e una statua mutila custodite nel museo archeologico di Palazzo d'Avalos.
Gli scavi ripresero nel 1994 e si conclusero nel 1997 con l'assetto definitivo delle terme, quali oggi sono visitabili. Due sono i mosaici rinvenuti.

Mosaico del Nettuno


È il mosaico più esteso delle terme con i suoi 170 m², ma una parte non è visibile, poiché sottostà alla sagrestia della chiesa adiacente di Sant'Antonio. È stato portato alla luce nel 1997. Presenta una decorazione con raffinati intrecci di elementi vegetali stilizzati, che definiscono tredici zone a forma di quadrifoglio.
Nella zona centrale, spicca la figura del Nettuno, il quale regge un tridente nella mano sinistra e un delfino nell'altra. Negli altri campi è possibile ammirare: tre Nereidi, di cui due sul dorso di cavalli e una di un drago; la coda di un delfino; tre tritoni; un amorino.
Sulla fascia destra del pavimento le decorazioni sono state danneggiate da scavi ottocenteschi eseguiti per la risistemazione dell'edificio della Sottointendenza borbonica (divenuta in seguito Sottoprefettura regia) che occupò il convento, risalente al XIII secolo.
La vasca del Mosaico del Nettuno era molto probabilmente un "frigidarium", conteneva cioè acqua fredda. Il vano infatti era troppo grande per poter essere riscaldato costantemente, e inoltre non è stato rinvenuto il "praefurnium" che avrebbe dovuto riscaldare l'acqua.

Mosaico Marino


Si estende per circa 38 m². Nel 1974 i saggi eseguiti portarono alla luce questo mosaico, che fu poi trasportato nel Museo Archeologico di Palazzo d'Avalos per un ventennio e in seguito venne ritrasferito "in situ" restaurato. Anch'esso presenta una decorazione con elementi floreali che incastonano un originale assetto in ellissi e croci.
Vi sono due croci centrali, raffiguranti cadauna due cavalli marini e due pesci; ai loro lati sono disposte quattro ellissi recanti delfini e polipi.
Nel campo rettangolare, compaiono: ai lati due pesci, al centro una tigre marina ruggente, con il collo crestato, la zampa destra sollevata, il collo crestato e la coda pisciforme terminante in una pinna bipartita. L'animale richiama la tigre marina del mosaico delle Terme di Buticosis ad Ostia, risalente alla prima metà del II secolo d.C. Due zone mistilinee, ciascuna con un elemento floreale stilizzato posto al centro, sono caratterizzate da quattro tridenti (uno per angolo, benché uno di essi non sia visibile a causa del deterioramento della pavimentazione musiva) i quali chiaramente rimandano al Mosaico del Nettuno.
Non molto distante dal mosaico vi è un arco a sesto acuto ribassato, successivamente inglobato in un muro successivo all'età romana, che conteneva il "praefurnium" che riscaldava la vasca. Pertanto, la vasca era probabilmente un "caldarium" o quanto meno un "tepidarium". Il "praefurnium" e il mosaico sono separate da una parete in laterizio.

Aree laterali

Dalla vasca del Nettuno si fa strada un lungo corridoio ai cui lati vi sono due vani.
Sul lato adiacente alla via Adriatica, gli scavi del 1997 hanno riesumato quattro ambienti, in origine riscaldati. In tre di essi sono state rinvenute delle tegole, dette "suspensurae" le quali reggevano un pavimento sovrastante del tutto asportato. L'aria calda circolava così in un'intercapedine detta "hypocaustum" grazie alle "tegulae mammatae", affisse lungo il perimetro della vasca, trafugate.

Nell'ultimo ambiente, situato in basso, vicino al corridoio, è invece possibile ammirare una pavimentazione chiaramente successiva, costruita con marmi di spoglio di diversi spessori e dimensioni provenienti da edifici funerari e pubblici di età precedente, che hanno lasciato impronte sul sottofondo cementizio. Ne è un esempio il testo epigrafico dedicatorio di Iulia Cornelia D.(ono) D.(edit). È un chiaro segno della restaurazione del sito realizzato in seguito al terremoto del 346 d.C. per volere verisimilmente di Fabio Massimo, "Preside" della provincia del Sannio.
Sul lato opposto si conserva una pavimentazione in marmo cipollino proveniente o dalle Alpi Apuane o dalle isole greche, caratterizzato da una particolare striatura glauca che dava all'acqua un colore particolare.
Proseguendo lungo il corridoio, ad est vi sono due ambienti non molto estesi, in cui credibilmente vi era uno spogliatoio ("apodyterium") o una biblioteca, nel tipico stile delle terme romane antiche.

Tecniche di realizzazione dei mosaici


La tecnica del bicromatismo accomuna i due mosaici. L'uso di tessere di fondo di colore bianco e avorio, unite a tessere nere mette in rilievo i particolari anatomici delle figure. Questa tecnica non è molto attestata nella nostra penisola, ma è presente in numerose pavimentazioni africane. Dunque la realizzazione di entrambe le raffinate opere è attribuibile a maestranze Nord-Africane, chiamate a Histonium da una ricca committenza: la famiglia locale degli Hosidii Getae, assurti alle più alte cariche dello Stato romano tra il I e il II secolo d.C., a cui peraltro si attribuisce la costruzione dell'anfiteatro - situato sotto piazza Rossetti e visibile da una lastra di vetro posta sul pavimento - e la sistemazione del sistema idrico della città.

Area archeologica oggi

Le terme romane di Vasto sono aperte regolarmente al pubblico durante l'estate. Nelle altre stagioni è possibile comunque visitare l'area archeologica contattando sia la delegazione FAI di Vasto, sia l'associazione Vigili del fuoco in congedo di Vasto le quali, grazie ad una Convenzione (MBAC CH rep 09/11 24/6/2011) con la Soprintendenza Archeologica, gestiscono il sito dal giugno 2011 cfr.http://www.vasto24.it/?p=22834, [1] .
Source:

Wikipedia



Your saved POIs organized on a map based on your interests, opening hours and weather!